Ad blocking e traffico finto: un quadro della situazione

Nessun commento in web marketing da Redazione Onangel

Quelli dell’ad blocking e del traffico finto rappresentano due grandi elementi di valutazione per la finalizzazione di un’opportuna strategia di web marketing. Elementi che spesso sono difficili da individuare e cogliere nella loro pienezza, con la conseguenza di rendere più aleatoria la misurazione dell’efficacia di una propria politica di marketing digitale. Ma quali sono i contorni del fenomeno?

Stando a quanto asseriscono i dati più puntuali, il fenomeno dell’ad blocking riguarda in Italia il 12% delle pagine viste, per un dato ancora contenuto rispetto ad altri paesi come la Germania, dove alcuni editori hanno impedito agli utenti che utilizzavano i programmini per bloccare la comparsa di inserzioni di accedere ai contenuti (e, pare, con proporzioni doppie rispetto all’Italia).

Una decisione, quella proveniente dalla Germania, che però fa molto discutere, considerando che una ricerca Mec/GroupM ha mostrato come il 27% delle persone ha intenzione di installare ad block in futuro. Dunque, il comportamento di cui sopra sta a significare che presto un terzo (o più) degli utenti potrebbe non essere raggiungibile.

Come risolvere, allora, il dilemma? Anche in questo caso, la soluzione ottimizzante potrebbe essere la giusta via di mezzo. In fin dei conti, una così ampia diffusione degli ad block è il chiaro riferimento che oggi le persone non sono tranquille nella loro navigazione, e sono molto infastidite da messaggi non attinenti, spazi pubblicitari abnormi, e altri strumenti che rendono la navigazione in alcuni siti un vero e proprio slalom.

E che dire allora del traffico non umano? Per l’Italia il fenomeno pare ancora non preoccupante (meno dell’1% del valore complessivo), ma anche su tal fronte è bene compiere qualche riflessione pianificatoria. C’è infine il tema della viewability, considerando che non tutti gli spazi pubblicitari di una pagina vengono visualizzati dall’utente, perché magari si trovano nella parte bassa e quest’ultimo non scorre fino in fondo. Ma anche in tal frangente l’Italia non può lamentarsi rispetto ad altri Paesi, con un tasso della viewability che qui è del 47% mentre in Uk è del 38%. In altri termini metà delleinserzioni pagate in realtà non è visualizzata, con ciò che ne consegue in termini di soddisfazione in capo all’investitore.

Per concludere, nel nostro Paese appare esser buono anche il tasso di pubblicità in target, cioè quella che è servita esattamente al target selezionato: il 48%, più di quanto avviene in molti altri Paesi europei.